Cattiva maestra pubblicità? Anche no, io sto con Buondì.

Nel caso in cui ve lo stiate chiedendo: questo non è l’ennesimo articolo sul Buondì Motta. Riformulo: questo articolo parte dal caso Buondì ma si arroga il diritto di “sparare alt(r)o”. E vi ricordo che: questo articolo lo scrive una digital mama (quindi attenzione ad entrare in polemica con me, sono molto “motivata”). Non voglio snocciolare analisi quanti-qualitative del sentiment in rete, per questo vi consiglio l’articolo di Data Media Hub. E non intendo neanche riassumere le posizioni dei vari interlocutori: dicono infatti che Paolo Iabichino abbia già detto tutto in questa intervista (beh, solo da un punto di vista di analisi del Brand of course).

Voglio dirvi cosa ci sarebbe da dire sul caso Buondì secondo Gazduna (con cui, come sapete, sono in contatto attraverso vibrazioni cosmiche), sì ma senza parlare solo di Buondì. Vi voglio parlare di Giro Giro Tondo quando casca il mondo, delle Scimmiette che cadono dal letto e si rompono il cervelletto, dell’indiano bello che ha un chiodo nel cervello, della storia del Birichino che decise di insegnare al gatto come volare e così lo getto dal quarto piano appeso alla sua coda (se non le avete mai sentite le trovate tutte su Coccole Sonore).

Avete i brividi? Vi sveglierete stanotte urlando, temendo per la vostra vita? Beh, nessuno ha gridato e grida allo scandalo mentre i propri figli ascoltano queste canzoni disponibili su youtube e scelti da milioni di mamme per intrattenere i propri figli al ristorante o prima di andare a letto. Quelle stesse mamme che cantano dolcemente che daranno il proprio figlio alla befana per una settimana o al lupo nero addirittura per un anno intero.

Non vi preoccupate, non mi ha colto nessun attacco di follia e non fonderò l’ennesima associazione censurante per oscurare le filastrocche con cui anche noi Xennials siamo cresciuti. Ma farò una serie di considerazioni:

  1. La rete ha favorito e favorisce una circolazione priva di limiti veri e propri (se non quelli dettati dalla SEO) di saperi: siamo tutti diagnosti, medici, intellettuali, esperti di comunicazione, pedagogisti, psicologi, ecc.
  2. Le mamme essendo un pubblico iperconnesso recepiscono le informazioni e vi costruiscono relazioni durature e reticolate con gruppi aggregati che hanno grande costanza nel riferirsi alla rete come fonte primaria per esperire la relazione (con altre mamme, con istituzioni, con brand, con media, etc…)
  3. Le mamme utilizzano linguaggi, codici di espressione e lessici orientati al conflitto, alla violenza. Ma questa condotta comunicativa non è intesa come aggressiva ma come “difensiva” della figura della madre e del suo ruolo, quindi viene accettata come norma e non contestata.

Vi serve un esempio di questo “felice” modo di esprimersi? Eccolo tratto dalla bacheca di un amico:

 

  1. Alla feroce attenzione alle figure esplicite, il sapere generico, superficiale e veloce che propone il web si contrappone alla mancanza di approfondimento verso le “figure nascoste” del conflitto. Le mamme perciò si dimostrano reattive in modo quasi impulsivo alle evidenze, ma prive di senso analitico rispetto ai prodotti mediali che propongono il conflitto in modo velato ma piuttosto cruento. Stranamente raramente si trova una critica di pari integralismo sui programmi di Maria De Filippi nei quali “se le danno di santa ragione” dalla mattina alla sera o su talent come master Chef Junior dove si viene letteralmente “eliminati”, finché ne resta in piedi solo UNO!

Veniamo alla questione Buondì dunque. Come ribadito da tantissimi lo spot in sé non avrebbe nulla né di scandaloso né di lesivo. La polemica attivata sui social soffre quindi di una strana malattia: considerare uno spot televisivo come un prodotto che dovrebbe educare, rispettare, inviare una serie di messaggi adeguati alle esigenze pedagogiche dei diversi attori sociali. No dico, è uno spot. Siamo seri. Questa malattia, se vi ricordate, colpì anche il filosofo Popper che si sentì in dovere di scrivere un libretto assai illuminante intitolato Cattiva Maestra Televisione. Addossando la colpa della degenerazione del comportamento di madri e figli ai media ci togliamo un pochino di responsabilità dalle spalle non credete?

E questa questione del Buondì, non nella forma ma nel principio, ricorda vagamente la polemica sulla satira di Charlie Hebdo, la censura dello spot dell’Amica Chips con Rocco Siffredi, l’illegittimità del wrestling da far vedere ai bambini. Ma non sono forse i media stessi che alimentano il dibattito? Ad esempio trovo esilarante che uno degli articoli de “Il Fatto quotidiano” sul famigerato Buondì Motta sia stato scritto dal criminologo Mauro Grimoldi.

Insomma scomodare un noto criminologo per parlare di un asteroide che colpisce una madre in uno spot per una merendina, mi sembra indicativo della portata edificata per reggere il peso del gigantesco Buondì spaziale.

Cosa ci portiamo a casa dall’osservazione delle reazioni in rete rispetto alla serie di spot della Motta?

  • La lista dei “digital untouchable”: digital mamas, bambini in età prescolare e scolare, associazioni religiose, papà responsabili;
  • l’identificazione della nemesi del Buondì: le merendine del Mulino Bianco e Banderas con la sua gallina;
  • lo spot televisivo che guadagna la dignità educativa della maestra.

In risposta a questo guazzabuglio moderno, Gazduna vi restituisce il ricordo del mitico dottor Spok, celebre punto di riferimento nella pedagogia internazionale, che parlava di “naturale senso dell’aggressività” dei bambini (Il bambino, Milano, Editore Longanesi e C., 1957) come una normale e dovuta tappa dello sviluppo e uno spot leggendario del 1986: un padre e un figlio che condividono l’uso di un bel fucile ad aria compressa.

Godetevi la visione.