Intervista a Francesco Tristano, pianista classico in bilico tra John Cage e musica elettronica

Se, come si dice, tutte le definizioni sono riduttive, cercare di definire un artista come Francesco Tristano non fa certo eccezione. Questo musicista Lussemburghese sfida tutte le classificazioni, compresa quella di enfant terrible. Nonostante abbia studiato piano classico alla prestigiosa Juilliard School di New York, Francesco non ha pregiudizi nel suo approccio alla musica, anzi dimostra un’attitudine che l’ha portato a spaziare da pezzi smaccatamente barocchi a sperimentazioni dal sapore elettronico e dalle esibizioni nelle più tradizionali sale da concerto alle discoteche più famose del mondo. Con l’impulso e la saggezza di quelli che vivono e lavorano guardando soltanto in avanti, l’unico concetto al quale Francesco Tristano sembra vicino è l’idea che “ogni buona musica deve essere anche un’innovazione”.

Francesco TristanoFrancesco, hai studiato e viaggiato tantissimo per il mondo. Aver potuto conoscere culture e musiche da diversi posti ha in qualche modo influenzato il tuo approccio musicale?


Spero di sì.
Se visitare paesi e sperimentare culture diverse non ci insegnasse niente, a cosa servirebbero i viaggi? Sono stato fortunato ad aver avuto una grande educazione musicale in Lussemburgo sin da piccolo e altrettanto fortunato nell’avere ereditato da mia madre (anche lei una grande viaggiatrice) lo status di nomade, o come mi piace dire, turista eterno. New York, ovviamente, ha avuto un grande ruolo nella mia vita, visto che sono andato a vivere lì quando avevo soltanto 16 anni. Al mattino studiavo musica classica, di pomeriggio improvvisavo con musicisti jazz e alla sera, invece, mi avventuravo nella musica elettronica (o qualcosa del genere).

Immagina per un secondo di essere una guida turistica: quale città, secondo te, ha la migliore scena musicale? E dove, in questa ipotetica città, porteresti dei visitatori per una serata musicale?

Dipende da cosa cerchi, ma direi che New York, Tokyo, Berlino e Londra sono le città dove si può godere per tutto l’anno di un vastissimo spettro musicale. Una volta consideravo New York come il centro di tutte le creazioni musicali, ma ultimamente le mie preferenze si sono spostate verso Tokyo. Porterei quindi il mio gruppo di turisti a vedere un recital all’Hakuju Hall o alla Yamaha Hall e, più tardi, in una discoteca come la Unit o la Eleven per una performance live o per un DJ set. Se fossimo fortunati, poi, si potrebbe finire la serata con una performance di musica Noise o di Koto. Sai com’è: non si sa mai cosa puoi incontrare lungo la strada.

Alcuni dicono che le migliori idee nascano dall’incontro di due mondi. Conoscere mondi musicali diversi e aver collaborato con diversi artisti ti ha mai portato a delle commistioni?

Trovo divertente che le persone pensino ancora che ci siano differenze tra questi due mondi. Musicalmente parlando esiste solo un mondo: la musica rappresenta un continuum. Sociologicamente e geograficamente, d’altra parte, ci sono mondi diversi, ma la polarizzazione in due mondi diversi è qualcosa che vedo davvero raramente. Detto ciò, penso che possa essere interessante mischiare idee che provengono da posti apparentemente opposti. Nel mio caso, tuttavia, non comincio il processo con l’intenzione di mischiare le cose. Anzi, suppongo che la mia musica sia il risultato del mio carattere ibrido e di un’educazione musicale diversificata.

Hai dichiarato in altre interviste che tua madre è italiana e che ha avuto una forte influenza nella tua formazione musicale. Ci sono altri aspetti della cultura italiana, come la cucina o l’arte, che hanno segnato la tua infanzia?

Senza dubbio. Non riuscirei a immaginare la mia infanzia senza la polenta o la pizza di mia nonna (materna), o ancora le riunioni di famiglia tra mia mamma e la comunità italiana in Lussemburgo, le canzoni di Fabrizio de André e Paolo Conte, il sottofondo costante della RAI…

Staring at the piano

A volte, nelle tue performance usi uno strano gingillo elettronico per fare overdubbing dei passaggi che hai suonato dal vivo. Questo “collage live” mi ricorda il lavoro di John Cage e il suo sforzo per estendere le frontiere del pianoforte. Si potrebbe considerare il tuo tentativo di introdurre l’universo elettronico nello spazio acustico come un tentativo di ampliare le possibilità dello strumento?

John Cage non ha soltanto esteso le frontiere del piano, ma di tutto ciò che chiamiamo “musica”. Il pianoforte, d’altra parte, è sempre stato lo strumento del futuro. Quando è stato presentato da Bartolomeo Cristofori, all’incirca nel 1700, è stato visto come uno strumento alieno, poco adatto per la composizione e per la performance. Tuttavia, con il tempo, è divenuto uno degli strumenti più importanti della musica occidentale. Dalla sua introduzione, l’architettura del pianoforte ha subito molti sviluppi: Yamaha, ad esempio, è una compagnia che aggiorna costantemente la meccanica e la fisica dei suoi strumenti e John Cage, a suo tempo, ha fatto la stessa cosa con il suo “pianoforte preparato”. Personalmente trovo che se combino il suono del mio pianoforte con l’elettronica line, posso ulteriormente sviluppparne il suono, accompagnandolo, se così si può dire, nel XXI secolo.

L’atteggiamento del pubblico nelle sale da concerto e nelle discoteche tende ad essere piuttosto diverso. Che sensazioni ti crea suonare in situazioni così antitetiche?

Mi fanno spesso questa domanda. Trovo entrambi gli ambienti molto stimolanti e , in fin dei conti, complementari. Personalmente ritengo sbagliato stereotipare il pubblico di una sala da concerto identificandolo come pacato e affermare che quello di un club è agitato per definizione. Le migliori cose succedono quando vengono stimolate le reazioni del pubblico: immagina un pubblico seduto che si alza, dal nulla, al suono di una grancassa, o un pubblico che balla che diviene improvvisamente quieto al suono di un assolo di synth pad. Suonare è sempre gratificante, è una forma di comunicazione tra l’artista e il pubblico. Mi piace adattarmi, senza ripetere mai la stessa formula.

Francesco TristanoCosa fai quando non sei sul palcoscenico? Ti piace uscire e andare per locali o preferisci una notte all’opera?

Devo ammettere che, a dispetto del mio cognome, non impazzisco per l’opera. Mi sono piaciute, però, alcune esecuzioni di Wagner, Mozart o anche Puccini. Mi piace andare per club, ma ultimamente sono sempre più impegnato e uscire sta diventando un’impresa piuttosto difficile. Quando ci riesco, mi piace andare a sentire i DJ Set dei miei amici.

Nonostante la Juilliard School (dove hai studiato) sia considerata il tempio della musica classica, è anche conosciuta tra i fans del pop come il luogo in cui è stata accettata anche Lady Gaga (sebbene, alla fine, Miss Germanotta abbia studiato nella NYU). Pensi che le nuove generazione di musicisti facciano meno caso alle barriere tra “classico” e “pop”?

La cosa importante non è tanto il nome dell’istituzione, quanto quello che vi accade dentro. Quando mi sono iscritto alla Julliard, nel 1998, la scuola era decisamente un conservatorio. Ma poi c’era New York, con i sui jazz bar e i suoi club techno. La vera educazione la trovi nelle città e nelle persone che le abitano, non nelle scuole.

Quanto alla barriere, suppongo che queste esistano soltanto se sei tu a vederle.

An interview to Francesco Tristano, the man who mixed together John Cage, classical music and electropop

Francesco Tristano Italian version

If any definition is reductive, defining an artist like Francesco Tristano is no different. The Luxembourg-born musician defies all classifications, even the enfant terrible one. Trained as a classical pianist, he approaches music with no prejudices, an attitude that has led him to travel from baroque pieces to experimentations with electronic music and from traditional music halls to nightclubs. With the drive and brilliance of those who live and work only looking forward, the only concept Tristano seems keen to embody is the idea that “any good music must be an innovation”.

SittingFrancesco, you studied and travelled all around the world. Did the exposure to diverse cultures and music environments play a part in the formation of your distinctive approach to music?

I would hope so. If we don’t learn from visiting foreign countries and cultures, what would the trips be for? I was lucky to have a great musical education in Luxembourg from an early age on and I was equally lucky to inherit the status of a nomad, or, like I care to say, an eternal tourist, from my mother (who is a great traveller herself). New York obviously plays a big role in my life, as I moved there when I was barely 16. I was studying classical music in the morning, jamming with jazz musicians in the afternoon, and venturing into electronic music at night, or something like this.

Imagine you are a tourist guide for a second: Which city according to you has the best music scene? And where in this hypothetical city would you take visitors for a musical night out?

It depends what you are looking for but I’d say New York, Tokyo, Berlin, London are cities where you can enjoy a large spectrum of music all year round. I used to consider New York the center of all musical creation but my preference has since shifted to Tokyo. I’d take my visiting group out to a recital (Hakuju Hall, Yamaha Hall…) and then, later to a club (Unit, Eleven…) for a live or DJ set and, if we were lucky, maybe catch a performance of noise music or Koto on the way.

Some say that new ideas often come from the encounter of two worlds. Being familiar with different music arenas and having collaborated with an array of diverse artists ever lead to any cross-fertilization in your work? I mean, did an insight or inspiration for a piano piece ever came to you during an electronic performance or vice-versa?

It’s funny how people still care to differentiate between 2 (two) worlds. Musically speaking there is only one world, as music very likely consists of one sole continuum. Sociologically, and geographically on the other hand, there are multiple worlds. But the polarization of 2 worlds is something I rarely see. This being said, I think it can be interesting to mix ideas from, seemingly, two opposite ends. In my case however I don’t start with the idea of ‘mixing’, I suppose my music more like is the result of my hybrid character, and diverse musical education.

You have declared in other interviews that your mother is Italian and that she had great influence in your music formation. Were any aspects of Italian culture, like food or art, present in your life while growing up?

Absolutely. I cannot imagine my childhood without my (maternal) grand-mother’s polenta or pizza, my mother’s gatherings with the Italian community in Luxembourg, the songs of Fabrizio de André or Paolo Conte, or the sound of the RAI in the background…

Playing

In your piano concert you used an electronic apparatus to overdub passages that you were being played live. This “live collage” reminds me of the work of Cage and his effort to extend the frontiers of the piano. Is your introduction of the electronic universe in the acoustic space a similar attempt to expand the possibilities of the instrument?

John Cage didn’t only extend he frontiers of the piano, but of what we call ‘music’ altogether. The piano, on the other hand, has always been the instrument of the future. When it was first presented by Bartolomeo Cristofori around 1700 it was mostly seen as an alien, unfit for composition or interpretation. Yet, it became arguably one of the most important instruments of Western music, namely by size of the repertoire composers dedicated to it. The architecture of the piano has undergone much development since. Yamaha is a company that constantly updates the mechanics and physics of the instrument. John Cage is coined for having invented the “prepared piano”. I find that if I combine the sound of the piano to live electronics, I can develop the sound further, bring it into to 21st century, so to speak.

The attitude of the audience in music halls and nightclubs tend to be quite different. What feeling do you get from each context?

I get this question a lot. I find both environments very stimulating, and very complementary. I’d add that it’s perhaps wrong to stereotype a seated audience as quiet, and a club audience as stimulating: the greatest things happen when an audience responds the opposite way. Imagine a seated audience standing up, abruptly, to the sound of a kick drum, or a dancing audience quieting down at the sound of a solo synth pad. I’d say that performing is rewarding altogether, it’s a form of communication between the artist and the audience. I like to adapt each time, not repeat a formula.

SmilingWhat about you, when you are not on the stage? Do you enjoy going to nightclubs and dancing the night away or do you prefer a night at the opera?

I must say I’m not an opera freak (even though my name is Tristano) but I have enjoyed certain performances of Wagner, Mozart, or even Puccini. I like to go clubbing, but my performing schedule makes this more and more rare. I like to go hear live or DJ sets when my friends are playing.

The Julliard School, where you studied, albeit considered as a temple of the so-called traditional classical music, is also known among pop fans as the place where Lady Gaga was accepted (although she ended up enrolling in the NYU). Do you think that the new generation of musicians give less importance to the boundaries between “classical” and “popular” music?

The important thing is not a name of an institution, but what you make of it. When I enrolled at Juilliard in 1998 if was very much a conservatory of classical music. But then there was New York City with its jazz bars and its techno clubs. The real education is in the cities and its people, not the schools. As far as the “boundaries” are concerned, I suppose they only exist if you want to perceive them.

Concert