Se Lady Oscar e Candy Candy si guardano negli occhi: luccichii da shojo, i manga per ragazze

Shojo o son desto? Shojo: una sola parola per esprimere innumerevoli sospiri e memorabili storie d’amore, ma soprattutto occhi languidi e luccicosi che illuminano le pagine d’immenso.
C’era una volta, nel lontano 1953, quando a calcare la scena dei manga femminili erano gli uomini, “un certo” Osamu Tezuka. Il Maestro sbaragliava la concorrenza grazie a perle come La principessa Zaffiro (Ribbon no kishi). Disegnata in tipico stile Tezukiano, la piccola Sapphire non sfoggia occhi molto romantici, ma solo timide ciglia che la caratterizzano come femminuccia.
La nostra storia continua con l’apparizione di autrici donne che finalmente emergono nel panorama shojo, anche grazie a fanzine e a un pubblico vorace di storie d’amore.
In un battito di ciglia siamo nel 1968, l’anno di nascita di Attack No. 1, più noto ai mortali come Mimì e la Nazionale di pallavolo, dove un’abile Chikako Urano partorisce una Mimì con occhi più grandi rispetto ai personaggi secondari e con un fulgore inconfondibile ogni qualvolta sferra un attacco (da circa 5 metri e mezzo di altezza) contro l’inerme squadra rivale.
Ma la vera svolta nel mondo degli occhi scintillanti arriva nel 1972, con l’intramontabile Lady Oscar (Versailles no Bara) nata dalle mani di Riyoko Ikeda.
Con il suo inconfondibile stile elegante (e in un certo senso inquietante), Riyoko plasma Madamigella Oscar e la Regina Maria Antonietta a partire dall’adolescenza, dove occhi enormi, rotondi e brillanti per la gioia di vivere lasceranno poi spazio, in età adulta, a occhi più sottili, cupi e lineari. Non a caso, mi par di ricordare che la rivoluzione francese sia finita piuttosto male per le protagoniste!

Da qui in poi, c’è stata, c’è ancora e ci sarà sempre una profusione di occhi sfavillanti e tenere ragazze innamorate: Candy Candy, Georgie, Milly un giorno dopo l’altro e innumerevoli altre protagoniste di racconti kawaii e romantici, tutte dotate di sguardi lucenti e trasognati.
La morale di questa favola è che più le trame degli shojo sono kawaii, più gli occhi delle eroine diventano fieramente scintillanti. E vissero tutti felici, contenti… e con almeno undici decimi di gradazione!

L’uomo può vedere due tipi di luce a questo mondo.
Una è la luce del sole e questa può essere facilmente vista da chiunque.
L’altra luce è il cuore, la fiamma interiore della speranza. E per nutrirsi di questa luce gli occhi non servono.
Ed è questa la luce più importante.
Anche se un uomo ha sbagliato, questa forza interiore gli darà sempre la possibilità di ritrovare la felicità.
Non perderti d’animo, non perderti mai d’animo.

(Riyoko Ikeda, Versailles no Bara)