Damien Hirst. Punto. Punto. Punto.


In principio
, quasi a ricordare bizzarri riti stregoneschi, furono gli animali eviscerati, squartati e immersi in formaldeide. Poi, nel nome di dio, arrivarono i teschi tempestati di brillanti (dileggiati, in seguito, da burbanzosi kit da assemblare in stile Ikea) e dopo un altro po’ di tempo ci venne spiegato che il fumo è un suicidio teorico. Insomma, tutto si può dire di Damien Hirst tranne che sia ripetitivo e ossequioso nei confronti della morale comune. Per quelli di voi che non hanno avuto la fortuna di Lolly Pocket, la quale mi ha appena confessato, con bambinesco piglio di superiorità, di aver visto dal vivo For the love of God in quel di Firenze (per quanto la dicitura “dal vivo” possa addirsi ad un teschio), segnalo che Hirst, in collaborazione con il gallerista Larry Gagosian ha programmato, per il 2012, l’esposizione simultanea di circa 300 dipinti della serie spot, costituiti da un’infinità di puntini colorati. Le mostre, raccolte sotto il titolo Damien Hirst: Spot The Complete Paintings 1986-2011, saranno visibili nelle gallerie di New York, Londra, Parigi, Los Angeles, Roma, Atene, Ginevra e Hong Kong. A onor del vero, è bene che vi dica che uno dei dipinti non verrà esposto: essendo, nelle intenzioni, composto da più di un milione di puntini colorati, pare che ci vorranno nove anni per completarlo. Sono certo che vorrete scusare il buon Damien per l’inconveniente. Se, invece, vorrete trafiggere una sua effige con affilati spilloni, siate almeno delicati: c’è un genio all’opera.

PS: la già citata Lolly Pocket mi punzecchia perché io vi ricordi che anche lei, un bel po’ di tempo fa, aveva già parlato delle opere di Hirst. Qui e qui, per essere precisi.