Ritorno dal ritorno al futuro

Certi incroci sembrano nati apposta per esaltare le singole parti. Da sole funzionano meno, se le metti insieme fanno faville. Come se uno più uno facesse più di due: pop corn e cinema, Stanlio e Ollio, ketchup e patatine, cocacola e mentos, birra e salsicce eccetera. Altre mescolanze, invece, sono semplicemente fenomenali perché improbabili. Un esempio? Prendiamo due avanzi di galera col ritmo nel sangue, vestiamoli di nero, occhiali da sole compresi, e mandiamoli in missione per conto di Dio. Follia? Allora, forse. Oggi, puro mito.

Ma è facile dirlo a posteriori. Più dei complimenti, conta l’intuizione. L’inventiva nel prendere più ingredienti e mescolarli insieme in una salsa differente, già vista eppure mai vista. Lo stesso potrebbe accadere se io mi inventassi, che so, di partire da icone cinematografiche dei nostri tempi, trasfonderle in un contesto/imballaggio videoludico e ambientare l’operazione negli anni ’80. Cervellotico e gustoso. Sarebbe un dannatissimo colpo di genio!
Peccato che l’abbiano già fatto. Penney Design è il genio. I “Retro game with modern themes” sono la genialata.
In pratica, si fanno collidere due immaginari tra loro legati da un sottile filo di continuità narrativa ed emotiva, ma separati da decadi di sviluppo tecnologico e visivo.

I risultati sono qualcosa di esaltante, di meraviglioso: come se, per uno scherzo del destino o per uno sfasamento temporale, da un film del 2011 fosse tratto un videogioco di trent’anni più vecchio.
E’ una sorta di omaggio a culture in divenire, una goduriosa strizzata d’occhio a chiunque abbia posseduto un’Amiga o un Commodore e sia andato al cinema negli ultimi anni. Manco a dirlo, tutta
gente di un certo livello.