One Dollar MANumission: Dan Tague

Money for nothing and chicks for free” cantava l’immenso Mark Knopfler, facendo ruggire la chitarra come solo lui sa fare. Quel riff è stato di recente inserito tra i 25 migliori della storia del rock. Ma non è solo per la chitarra graffiante, o per l’allora innovativo uso della computer grafica nel video, che quella canzone fa ancora parlare di sé, dopo mezzo secolo di vita. Il fatto è che è appena stata censurata in Canada, per alcuni versi colpevoli di presunta omofobia. Ventisei anni di politically correct non hanno risparmiato nemmeno il rock.
In realtà, il linguaggio schietto e cinico del brano (ispirato a quello di un commesso) è velato di critica e ironia, dirette non alla sessualità, ma al business. Un sistema dove non sono merito o talento a sancire il successo, e dove il denaro è sia spinta che traguardo. Vi suona familiare? Dovrebbe. “Soldi in cambio di niente e gnocca gratis”. Uno slogan sempre in voga, che fa il paio con il
“Cchiù pilu pe’ tutti di Cettolaqualunquiana memoria.
Difficilmente avrà visto
“Qualunquemente” al cinema, l’artista Dan Tague. Più probabile che conosca a menadito la canzone dei Dire Straits, visto che nei suoi lavori critica pesantemente l’economia e la politica degli USA, servendosi di icone “sacre” quali i dollari. Il denaro parla. Parla da secoli. Basta solo saperlo ascoltare. Saperlo leggere. Dan Tague ci mostra come. Ed è in buona compagnia (di Justine Smith avevamo già parlato qui).
Una domanda sorge spontanea. Sono gli artisti che stravolgono il patriottismo espresso in motti secolari, oppure è il patriottismo stesso ad essersi stravolto da solo, e loro si limitano a rappresentare questo degrado?
Come avrebbe detto l’One Dollar Man, George Washington: “Ai posteri l’ardua sentenza”.
Basta che paghino.