My name isn’t Alice. Gikitchen & the Rabbids


Girovagando nella casa al di là dello specchio (schermo?), ci si imbatte spesso in folli e bizzarri personaggi. Così, inseguendo un coniglio bianco, o meglio molti Rabbids bianchi, sono finita su Gikitchen, dove ho incontrato Giulia, aka Iaia, moderna Alice in questo Web delle Meraviglie. Ammaliata dall’originalità della sua affabulazione, ho deciso che la curiosità era troppa e dovevo assolutamente fare quattro chiacchiere con lei. Un Mad Tea Party, insomma, per rimanere in tema.

Ti definisci “Una che scrive, disegna, fotografa e cucina, ma non fa bene nessuna delle quattro cose”. Non avendo mai assaggiato nulla di tuo, posso dissentire forsennatamente fino a che non mi scardino il collo?
Ho sempre detto che amo rispondere alle domande solo se a farle sono io. E’ la mia prima intervista, escludendo la sezione FAQ sul mio sito dove ho cercato di far credere che fosse il mio nano da giardino l’intervistatore, e. Premettendo sin da subito che non amo particolarmente i periodi statici e i costrutti grammaticali corretti sono emozionata. Non so fare bene nessuna delle quattro cose però confermo. Mi va riconosciuta solo una qual certa abilità nel buttare fumo negli occhi e confondere il nemico. Adesso però se davvero dobbiamo fare un Mad Tea Party devi promettermi che dopo giochiamo a golf con un fenicottero. A croquet non mi va.


Tra tutte le diciottomilioni di cose che fai, quale preferisci? Quale ti ri-specchia di più?
Il mio primo ricordo è una matita e un foglio. Non necessariamente in quest’ordine ma non voglio dilungarmi (avete le risate registrate, vero?). Disegnare e scrivere rimangono le mie uniche ragioni per esistere. Non importa dovequandocomeperchè (sì mi piace scrivere tuttattaccatotuttodunfiato. Ma a volte). Tirare linee, farle girare e giocarci. Per questo anche quando scrivo, in realtà disegno. Non seguo una logica o un costrutto ma tiro ghirigori. Non vado indietro ma forse troppo avanti. Non mi rileggo mai e si vede, scrivo come in preda ad un raptus. Posseduta. Da me stessa e da un’esplosione che ho dentro. È un po’ come cadere nel tunnel che è la chiave di tutto. Dovessero impedirmi una delle due cose rinuncerei a scrivere. Tirerei linee e disegnerei me stessa e il mondo ma mai. Mai una vita senza disegnare. A quel punto la fine dell’esistenza senza pensarci un nanodagiardinosecondo.

Personalmente sono innamorata alla follia delle tue foto con i Rabbids e con Danbo… Da dove nasce questo amore-follia-feticismo verso questi piccoli esserini?
Sono nata il dodici dodici alle dodici e sono la dodicesima nipote. Il mio nome e cognome sono formati da dodici lettere. Non nella stanza numero dodici dopo dodici ore di travaglio perché credo che mamma non si sia impegnata come avrebbe dovuto ma.Essere figlia unica (mamma? una bambina mai cresciuta. papà? un eroe capace di tutto) e doversi inventare mondi, sotto una tenda costruita con sedie e coperta, ha giocato un ruolo fondamentale. Ho sempre avuto amici immaginari ma in versione animalettosa. Corpi umani e teste di animali. Nani immaginari perché ho paura della figura gnomosa. Un pony rosa che poi in adolescenza ho chiamato Chef Pony per dimostrare ironia da televendita e una sfilza imbarazzante di pupazz_chili. Perchè pupazz_etti sembra quasi pesare poco. Si tratta di chili di immaginazione a tenermi compagnia. E chili di parole storpiate con la quale mi piace giocare come fumetti e etti di fumo. Bianconiglio, oltre ad avere dodici lettere, è un coniglio bianco che rievoca: 1 ) il mio primo animale. 2) il fatto che nonna lo avesse comprato per cucinarlo, ma nessuno me lo aveva detto 3) il significato del tempo. Il bianco del candore e il rosso del sangue che è stata la sua fine. Sono una folle dicotomia di candore e cinismo. Il coniglio, identificato poi nell’essenza conigliosa del Rabbid, assume un valore infantile. Di ricordo. Di quello che sono e sarò e soprattutto di quello che si vuole. Il tempo, amico e nemico. Da quando l’ho capito mi sono salvata la vita. Fermando il tempo su me stessa. Attraverso l’obiettivo delle reflex anche. Danbo rappresenta il Giappone che è una componente fondamentale della mia esistenza condividendola con un Torinese che parla giapponese più dell’Italiano. Danbo è un cartone. Dentro nasconde altro. Io sono Un coniglio con un Danbo ad avvolgermi. Nascondo un’altra. Una che non c’è più. Ma che è sempre lì. È questo il vero significato. Ma credo non importi a nessuno come è giusto che sia. È più divertente vederli saltellare e fare stupidate cosmiche.

Se ti dessero la possibilità di essere uno dei personaggi di Alice quale saresti?
Ho aperto un sito proprio per un progetto fotografico su Wonderland. E non per dire che “andate su www.ilsitochehoapertoper.freganiente” ma perché mi fa star bene. Da quando fotografo, perché lo faccio solo da due anni, sto bene. Sono tutto e niente. Sono un po’ una ridicola deliranza del cappellaio e la rincretinaggine di Alice che reputo carismatica quanto una polpetta. Sicuramente anche un po’ il Bianconiglio e Brucaliffo anche se Stregatto no, perché sono ailurofobica e mi piace collezionare fobie. Forse la lepre marzolina che sempre coniglio è ma. Non sta ferma in maniera diversa. Si agita. Convulsamente in attesa di un po’ di riposo. E’ che io sono davvero tutto e il contrario di tutto. Quindi è come se fossi niente. E l’ho sempre pensato che lo fossi eh. Ma. Sto lavorando per andare direttamente nella direzione opposta. E convincermi che merito un po’ di tempo. E no dissento. Non è mai troppo tardi.

Come credi che finirà? La blogosfera griderà “Tagliatele la testa!” e scoprirai che è tutto un mazzo di carte?
Finirà che avrò un bimbo o una bimba o forse un coniglio vestito da Danbo o viceversa. In qualunque caso potrà vergognarsi della mamma per il resto dell’esistenza essendoci in rete sufficiente materiale per diventare qualcosina peggio di Norman Bates. Del resto, non diventerò la mammina che uploda il primo rigurgito dell’infante urlante. Credo siano solo gli ultimi fuochi d’artificio prima del meritato riposo. Fingo un altro po’ di essere giuovane e spensierata e poi. La testa me la taglio da sola.