Le tute spaziali della missione Apollo e i loro 21 strati di fashion

Walkin' on the moon

Nel 1969 (o forse qualche anno prima), Neil Armstrong si alzò dal letto, si stiracchiò ben bene, scostò le tende per far entrare l’allegro sole del mattino e, mentre beveva uno di quegli immondi caffè lunghi che solo a un americano possono piacere davvero, si rese conto di avere un gigantesco e labirintico problema. Doveva andare sulla Luna. E non aveva niente da mettersi.

Neil Armstrong
Trovi che mi slanci?

Eleanor Foraker – deceduta a ottantun anni l’8 dicembre del 2011 – amava molto giocare a bowling, sfornare biscotti e circondarsi della festosa compagnia di nipoti e bisnipoti.

Appena prima di andare in pensione, la signora Foraker cucì i palloni gonfiabili che resero possibile l’atterraggio del rover Sojourner sulla superficie di Marte.

Qualche decennio prima della missione Pathfinder, però, la signora Foraker decise che Neil Armstrong non poteva certo andarci nudo, sulla Luna, e mise le sue mani d’oro al servizio della NASA, collaborando all’assemblaggio delle tute spaziali degli astronauti delle missioni Apollo. Lei, e un sacco di altre cucitrici della Playtex. Quelle che fabbricavano i reggiseni delle vostre nonne.

Andò più o meno così: i corridoi della NASA erano pieni zeppi di astronauti poco vestiti e molto preoccupati. Non si potevano fare tre passi senza sentire roba tipo: “Lo spazio. Lo spazio è buio, tetro, infido, letale ed estremamente deprimente. Col cavolo che esco dalla navetta”.

Artwork by Micheal Zhang
Artwork by Micheal Zhang

Ma qualcuno la bandiera doveva pur piantarcela, sul nostro pietroso satellite! E così, tra terrori e rimostranze, il maestoso ente spaziale rigurgitò un bando per la costruzione di una tuta in grado di proteggere gli esseri umani dalle insidie del vuoto cosmico, ma anche di consentire movimenti fluidi e più o meno normali. Roba per gente che lavora, insomma.

Al bando iniziarono a rispondere i soliti noti: mega-corporation dell’industria militare e bellica che con la NASA e il governo lavoravano già da un pezzo. Posti con sedici ingegneri per metro quadrato e fondi quasi illimitati.

Le tute proposte dai super-produttori somigliavano però a degli scaldabagni.

Sicure come rifugi antiatomici ma metalliche, piene di giunture complicate, rigide e decisamente poco maneggevoli, queste prime tute-prototipo non solo riuscirono a irritare la coriacea cute dei collaudatori – gente che per mestiere si faceva sparare in fronte o centrifugare da bracci meccanici ricoperti di kerosene e cobra imperiali –, ma vennero reputate poco pratiche e di difficile gestione. Fatelo voi il primo passo sulla Luna dentro a uno scafandro pressurizzato che vi fa somigliare al nefasto incrocio tra C3PO e un camion della monnezza.

Ecco.

C3PO

In mezzo a questa desolazione irta di lamiere e di “Controllo Missione, quella roba lì non me la metto!”, spunta la timida proposta della International Latex Corporation, un’azienda diretta da un meccanico d’automobili e da un ex-aggiustatore di televisioni. La ILC, che fa reggipetti e altre cose che le signorine perbene non dovrebbero mai sventolare sotto al naso di nessuno al primo appuntamento, chiede alla NASA il permesso di partecipare alla gara, a proprie spese.

3, 2, 1, Ignition!
3, 2, 1, Ignition!

Dopo sei settimane di notti insonni per i progettisti e di dita sanguinanti per le cucitrici, la ILC arriva con una tuta-haute-couture composta da 21 strati di tessuti vari – tutti tecnologicamente impeccabili –, cuciti a matrioska intorno a un’anima ermetica, probabilmente bordata di pizzo. Un po’ di pizzo ci sta sempre bene, che diamine.

La tuta della ILC – poi diventata Playtex – sbaraglia nei test tutti gli altri prototipi. “Perbacco, non me la toglierei più. Mi hai visto là nella camera stagna, mi hai visto? Erano decenni che non facevo la ruota!”. E via così, alla faccia delle multinazionali politicamente immanicate e delle loro armature da anni bui del Medioevo.

E così, nel 1964, l’amata Eleanor Foraker – Ellie, per gli amici – viene prelevata di peso dalla linea d’assemblaggio dei calzoncini-copri-pannoloni e informata delle più intime misure dell’astronauta Neil Armstrong.

Sewing Kit
Il Kit di Eleanor

Ogni tuta era unica, assemblata seguendo rigide specifiche di sicurezza e costruzione. I margini d’errore sul posizionamento dei punti richiesti dalla NASA costrinsero la Playtex a costruire nuove macchine da cucire e a bandire l’uso degli spilli. Mettila insieme te una roba a forma di essere umano composta da 21 strati di tessuti astrusi e magici senza cacciarci dentro nemmeno uno spillo.

Ogni tuta finita veniva radiografata per verificare che non ci fosse rimasto incastrato niente e, alla fine di ogni giornata, le cucitrici dovevano andare da una signorina Rottermaier per farle verificare che gli spilli che avevano nelle loro scatoline di lavoro fossero tanti quanti ce n’erano la mattina. Altrimenti via, crocifissione in sala mensa.

Fu così che un’armata di anonime sarte e artigiane – che passavano le giornate a incastrare ferretti nei reggiseni e a dilettarsi con guaine contenitive di ogni forma e dimensione – diventò l’anima-fashion del programma spaziale americano, inventando e migliorando, prototipo dopo prototipo, l’abbigliamento degli astronauti dell’Apollo. Tiè.

The suit turned out to be one of the most widely photographed spacecraft in history. That was no doubt due to the fact it was so photogenic. Its true beauty, however, was that it worked. It was tough, reliable, almost cuddly.

Neil Armstrong

Buzz Aldrin