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Viaggio nell’America dei neon, tra i motel della Route 66 e le opere di Bruce Nauman
L’atmosfera è quella della mitica Route 66. Siamo a Winslow, in Arizona, ultimo stato prima della nostra meta: la California. L’aria è arida e profuma di notte e di paglia, fuori solo il rombo metallico del nostro pick-up, l’asfalto che rotola sotto le gomme, i grilli
che gracchiano alla luna. Lo vediamo da lontano, inconfondibile segno di presenza umana, cibo e ristoro. E’ il neon di un motel: fulgente, rosa, invitante. Si chiama “La Posada”, ma la lettera D sfarfalla ininterrottamente e in maniera discontinua. Mi fermo a fissare questo vessillo postmoderno, magicamente ipnotizzato dalla luce e dal colore. Un alito di vento solleva dellaÂ
polvere. Entriamo.
Qualche giorno dopo, al MOCA (Museum Of Contemporary Arts) di Los Angeles ci imbattiamo nelle opere di qualcuno che dell’uso dei neon ha fatto una vera e propria arte. E’ Bruce Nauman, considerato il secondo artista americano più influente dopo Andy Wahrol. Installazioni come “Human/Need/Desire”, “One hundred live and die”, “Five Marching Man”, dimostrano l’uso del neon come introspettiva dello stato psicologico e fisiologico umano, un viaggio dentro se stessi e le proprie ancestrali emozioni.
Spirali di luce e frizzi elettrici, un simbolismo semplice quanto diretto, catodo che colpisce l’occhio e arriva dritto all’essenza umana. Di fronte all’elettricità concentrica, poche parole illuminate, a spirale, ci rivelano la missione dell’artista: “The true artist helps the world by revealing mystic truths”. Ovvero, l’artista è tale solo quando ci svela realtà nascoste.
Neon che disturbano. Neon che rassicurano. Neon che ipnotizzano. Neuman e la videoarte, i motel solitari nelle Route senza fine, i surreali casinò di Las Vegas… Il neon è un feticcio della cultura americana, linguaggio visivo ricco di simboli, a tratti subliminali, per spettatori pronti a farsi affascinare, catturare, a farsi guardare fuori e dentro. Luci artificiali di un paese che vive in bilico tra sterminati spazi esteriori e un incolmabile vuoto interiore.
Informazioni sull'autore Simone Moriconi
Simone Moriconi non ha un nickname. Non vuole averne. Abbastanza eclettico e decisamente curioso, ha una mente contorta e una mente creativa, che però tendono a non collidere. La sua peculiarità è di non riuscire mai a ricordarsi i sogni che ha fatto. Ha imparato a leggere prima di andare all’asilo, ma dopo ventisette anni le cose gli vanno ancora ripetute un paio di volte: l’estraniazione dalla realtà (leggasi “testa fra le nuvole”) è probabile conseguenza della vanificazione onirica…Ma forse alla fine è solo un trucco: finge di non ascoltare, ma capisce tutto. Furbone! Preferisce il vino alla birra, e la vodka alla liquirizia al vino. E’ capace di stordirsi ad un set di musica house e trovarsi il giorno dopo a meditare nel sottobosco. Ha un paio di lauree, ma non sopporta l’appellativo di dottore: è una responsabilità che non vuole avere. Ha fatto del marketing la sua passione e il suo lavoro: comunicazione, branding e social media sono i terreni che batte di più. Non rinnega un passato classico-umanistico, retaggio di tempi in cui imparare era un dovere. Ora che è diventato un piacere, è perennemente alla ricerca di un concetto da approfondire, di uno spunto su cui scrivere, di un'idea da sviluppare. E' un blogger abbastanza assiduo: il suo flusso di pensieri è su Snacks of Marketing, che se non lo avevate capito, è un blog di marketing. Lo trovate su Twitter, ma solo quando ne ha voglia. [continua]
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